I bambini che muoiono, dice il prete, diventano angeli e vanno in Paradiso: adesso, però, bisogna vedere dove il piccolo Claudio ha vissuto, e come, e con chi. Dove ha trascorso i suoi primi e ultimi sedici mesi di vita. Perché qui, in via degli Orti di Alibert, in una zona tanto popolare di Trastevere chiamata quartiere de nojantri, che nei film di Alberto Sordi appare in piccoli squarci, dicevamo: qui, non incontriamo solo questo prete, ma è lui stesso a indicarci la porta di un appartamento dove vive la famiglia con cui stiamo per parlare. Intorno: casette di ringhiera, panni colorati stesi all’aperto, alcuni balconi sono blindati con grate di ferro, bottiglie di birra, e lasciamo stare l’odore forte di immondizia. Sabato 4 febbraio, all’alba, mentre Roma si stava svegliando imbiancata dalla neve, questa famiglia si alza perché qualcuno bussa forte alla porta: un uomo entra in casa, prende un bimbo neonato, esce in strada, arriva fino a ponte Mazzini, e lo getta giù nel Tevere. Sono soltanto le sei, e i telegiornali della mattina aprono tutti con questa tragica notizia di cronaca.
La famiglia che dormiva dentro, era composta dalla signora Rita Maccarelli, di circa sessant’anni; da sua cognata Mirella, coetanea; dalla prima figlia Manuela, incinta, avrebbe dovuto partorire dopo venti giorni; e dalla seconda figlia, Claudia, con suo figlio di sedici mesi, Claudio. Alla porta, il fidanzato di Claudia, Patrizio Franceschelli, che di anni ne ha potuti vivere ventisei. “E’ partito da Corviale, dove abita, a piedi, con il suo cane, per venire qui da noi, e portarci via il nostro piccolino, con un’azione premeditata. Merita l’ergastolo: come può il padre di un neonato fare un gesto simile?”. E’ la signora Rita che parla, adesso siamo nell’appartamento: un’unica sala, che fa anche da camera da letto, la televisione accesa, fissa su Canale Cinque, il volume molto alto. Non c’è solo la signora Rita, ma anche la prima figlia, Manuela, che in braccio ha un neonato: “E’ una bambina, si chiama Benedetta, ho terminato la gravidanza prima della data prevista. Questa storia, mi ha indotto il parto, dopo un ricovero”. Ma parla ancora la madre: “E’ la nostra nuova luce. Come adesso amiamo Benedetta, allo stesso modo amavamo Claudio. Mia figlia adorava quel bambino, i problemi ce li aveva solo Patrizio: ma non è pazzo come sta facendo credere adesso dal carcere. E’ che lei è venuta a stare qui a gennaio, perché litigavano troppo. Solo in quei giorni ci ha rivelato delle violenze che subiva”.
Una pattuglia dei Carabinieri arrivò sul posto, all’alba di quel sabato 4 febbraio, perché chiamata da un testimone: un poliziotto che stava entrando in servizio a Regina Coeli, e passava per caso da ponte Mazzini. Mauro Conte, del gruppo radio mobile di Trastevere, racconta: “Avendo visto un uomo con un bimbo quasi nudo in braccio, in mezzo alla neve, il poliziotto si premurò di chiedere se avesse bisogno d’aiuto. Non fece in tempo ad avvicinarsi, che quell’uomo gettò il bimbo di sotto, scappando via. Il poliziotto ci chiamò, ce lo descrisse, e noi lo rintracciammo a un chilometro da lì, a Testaccio: non oppose forza, si consegnò, appena lo avvicinammo. Il poliziotto è ancora sconvolto, piange sempre: non si dà pace, per non essere riuscito a fermarlo”.
Ma c’è anche un altro testimone, che vide tutto su quel ponte: la signora Mirella, una donna forte e coraggiosa. Racconta ancora la signora Rita: “Claudia cercò di fermarlo in tutti i modi, ma rimediò solo grandi botte, e un ricovero in ospedale. Io mi sono rotta il legamento della mano, nella colluttazione con lui. Nella neve, ci è finita Manuela. Mentre mia cognata è riuscita ad inseguirlo, fino al ponte: lui è anche scivolato su un lastrone di ghiaccio e ha fatto cadere il piccolo. Mirella gli ha urlato, ma poi ha assistito impotente al dramma…dice che ha fatto tre finte, prima di buttarlo giù. Oggi, ripete continuamente: l’ho visto nascere e l’ho visto morire. Non dorme, ha quella scena sempre in testa. E noi con lei”.

Il corpo di Claudio non è stato ritrovato, e le ricerche sono terminate. Il padre di Claudio è ancora in carcere, accusato di omicidio colposo, con l’aggravante della premeditazione e maltrattamenti in famiglia: aspetta il processo, è un pregiudicato, ha precedenti di spaccio. La madre di Claudio ora è uscita dall’ospedale Santo Spirito: vive a casa di una zia, è tenuta sotto sedativi, fatica a riconoscere le persone, non parla da venti giorni. Intanto, fuori, sta arrivando sera. Nella via ci sono portoncini di ferro chiusi, c’è un gran silenzio anche oggi. C’è una piccola falegnameria, ma non c’è un bar, non ci sono negozi, non c’è illuminazione stradale, non ci sono panchine, non ci sono alberi. I topi escono dalle fogne e non ci sono gatti. Il prete di prima, dice pure che “se certi genitori non chiedono subito perdono a Dio…”. Una vecchia nella via s’inginocchia, facendosi il segno della croce. Un cane randagio che la seguiva, abbaia. 


E’ su Vanity Fair in edicola da oggi

E poi ci ho fatto un post, per il sito del Fatto Quotidiano, con le mie domande sulla vicenda (clicca qui)


E pure sul sito Cadoinpiedi.it (clicca qui)