Quando varchi il cancello di Moffett Boulevard ti vengono i brividi. Dietro le spalle, a pochi passi (120 per l’esattezza, l’ho fatta a piedi) c’è l’uscita lungo la Highway 101 in direzione Nord: Nasa, dice lo svincolo. Nasa, dice anche la scritta enorme che sovrasta l’entrata e ti fa restare incantato qualche secondo con la testa in sù a guardarla. Durante il turno della mattina, un militare simpatico controlla i documenti (meno, il pomeriggio), si chiama Archie, sui trent’anni, è il classico americano, con la postura da americano, e la faccia da americano, esattamente come ti aspetti un americano insomma. E’ fondamentale parlare con lui, perché ti fa dono di una mappa dell’intero “Nasa research park” e ti indica la direzione (a chi passa e si ferma a fare due chiacchiere più del consueto, gli dice sempre la stessa frase): “da qui, puoi andare dove vuoi, tanto saranno gli altri a non farti entrare se non puoi”. Ottimo partire così, un senso di libertà infinito, quasi una regola di vita.

Hai a disposizione tutto, pensi anche durante i primi passi che se ti va bene arrivi pure tu sullo spazio con il prossimo lancio. Prima tappa, hangar. Ce ne sono tre, ben visibili, quello più grande è il più attraente. Le foto non sono concesse ovunque, per alcuni posti deve bastare il racconto. L’hangar dove riparano, costruiscono, mettono a punto gli space shuttle è il #1, esattamente dalla parte opposta del parco, e per raggiungerlo scelgo la strada più lunga, che costeggia tutti gli edifici laterali (sono entrata in cinque, ce ne sono in totale una dozzina). In un caseggiato, il primo, quello del custode, c’è l’allestimento per halloween nel cortile, niente di spaziale, ma ti dà subito un senso di umano. Nel secondo edificio, è in corso il “Singularity contest”, con cinquanta persone che propongono un progetto per possa rivoluzionare il trend di vita della gente, con l’high tech alla base di tutti i discorsi. Nel terzo è in corso una “Clinton initiative”, con l’associazione dell’ex presidente Usa che propone nuove idee. Poi due edifici con ingegneri che mettono a punto strumenti, e uno con la “Global impact competition”, con innovazione tecnologica nel menù. Cammini ancora, e vedi in lontananza i primi aerei, l’emozione è a fior di pelle. vardenafil L’hangar in questo momento è in piena attività: pezzi di ala buttati a terra, turbine in fase di controllo, carrelli che sollevano corpi motore ovunque, e finalmente un razzo. Subito di fianco un piccolo gazebo (piccolo, rispetto all’immensità di questo posto) raccoglie la storia di tutti i voli della Nasa.

All’ingresso un americano di origini italiane, Charles, sui settant’anni, ti accoglie come se fossi arrivato tu dalla Luna. Ha l’aspetto di una vecchia gloria, una di quelle persone che hanno voglia di parlarti per sei ore solo di aerei del passato (e di treni, ha in scala tutto il percorso della rete ferroviaria di San Francisco), se non glielo permetti, puoi girare liberamente nel suo capannone, e trovi di tutto: divise militari in uso dagli astronauti, cibo liofilizzato spaziale; sali anche sugli aerei, manovri cloche e capisci l’importanza del tubo di Pitot; ti fingi astronauta, provi l’assenza di gravità, e capisci cosa vuol dire entrare nella galleria del vento, tocchi le nuvole, e comandi una missione spaziale in una riproduzione in scala.

Lasci questo edificio magnifico, per avviarti nell’ultimo capannone, quello dell’ “Ames research center”. Qui si fa sul serio. Schermi enormi raccontano il prossimo obiettivo della Nasa, Marte. Viene spiegata nel dettaglio la missione che è ancora in fase organizzativa, ci sono le prime immagini simulate, ti parlano direttamente un gruppo di astronauti collegati in teleconferenza con messaggi registrati. Lo Space Flight Center, invece, ti fa rivivere l’atterraggio sulla Luna con l’Apollo 15. Con la Missione Keplero, invece, entri nella via lattea come se fosse il tuo salotto. Dentro la Mercury Redstone, invece, vivi l’atmosfera di Mercurio. Infine c’è la camera a infrarossi, dove puoi vedere te stesso e ogni cosa che ti circonda, su un altro spettro di colori. Quando esci, le percezioni della realtà ora sono cambiate, anche l’idea di spazio intorno. Vale la pena arrivare fino a qui, anche solo per questo. Saluti le lepri e gli scoiattoli che si fanno vedere nel prato soltanto adesso che stai per uscire. La stazione del treno che proviene da San Francisco è a due chilometri, il Central Express Way parte ad ogni ora da Bayshore. In settanta minuti torni in città. Ma quello che hai visto non ha confini.


E’ sul sito di Traveller (clicca qui)