La prima scena che dovete immaginare è una partita di allenamento. La squadra più importante della nazione, la Delhi Dynamos Football Club che sta per fare il consueto riscaldamento. New Delhi, capitale dell’India, una bruma che non fa respirare. E’ il giorno che precede la gara, metà pomeriggio, campo in terra battuta. I giocatori entrano con la divisa regolamentare. Sono molto ridanciani, si spintonano, hanno un tono di voce così alto. Gli avversari sono già schierati: undici ragazzi presi dal rione adiacente. C’è quello con i jeans un po’ troppo grandi, c’è quello con il bomber stracciato, c’è quello con le chiavi che penzolano appese alla cintura e quando corre lo intralciano, tintinnano. C’è quello che deve fare in fretta perché tra un’ora ritorna a lavorare al giardino zoologico difronte. Questo è l’allenamento del giorno, in vista della partita della settimana, e manca Alessandro Del Piero. Come già è successo altre volte, durante il primo campionato di calcio nato in India, noto come Indian Super League, molto esaltato dai principali media. Perché la vera storia del calcio indiano è tutta un’altra cosa.

Il campionato si è concluso a fine dicembre, ma fino alle ultime giornate venivano diffuse queste notizie: grande successo, un milione di spettatori hanno assistito al neonato campionato indiano; grazie ad un primato raggiunto dopo appena 6 settimane, il torneo ha sorpassato in termini di presenze allo stadio anche la nostra serie A, ed è dietro solo a Bundersliga, Premiere League e Liga. Seguivano dichiarazioni di Blatter che rinfrescavano il concetto; ed elenco dei nomi degli italiani che hanno avuto la lungimiranza di andare laggiù per amore del calcio (Del Piero, Nesta, Materazzi, Colomba, e via così). Il campionato è durato 3 mesi, e gli indiani non se ne sono quasi accorti.

Dunque, allora: partiamo dai numeri. Gli indiani presenti sul territorio sono in totale 1 miliardo e mezzo, se un milione ha partecipato alle partite, questa percentuale corrisponde allo 0.07. Il che vuol dire che in Italia, il nostro campionato, con una percentuale del genere, farebbe 40mila persone presenti negli stadi ogni fine settimana; il che verrebbe tradotto in un oltraggio, un’onta, una beffa, una inesorabile sconfitta. Poi c’è il ranking Fifa, in cui l’India è stabile negli ultimi quaranta posti su duecento (prima c’è pure Tahiti, Gambia o il Laos): l’unica qualificazione mondiale per l’India è datata 1950. Lo stadio di New Delhi, il Jawaharlal Nehru Stadium, il più importante, capienza 80 mila, durante una partita di calcio del neonato campionato è sempre stato per la maggior parte vuoto: le persone, abituate al cricket, ricreavano lo stesso luogo di ritrovo. Entravano ed uscivano continuamente, i sensori alle porte suonavano a ripetizione e nessuno poteva fermare il flusso. Le famiglie si trovavano allo stadio con tavolini pieghevoli, pranzavano friggendo nuvole di pastella, e accanto la Delhi Dynamos giocava. Lo stadio, il loro personalissimo giardino. La presenza di Del Piero, un mistero. Non ci sono foto, né poster, né negozi di gadget, non ci sono cartelloni, non esiste diffusione pubblicitaria. Raccontano che abbia vissuto fuori città, per via dell’aria irrespirabile di Delhi, e pare che nessuno lo abbia mai visto. Il responsabile del Nehru Stadium è Devden Singh, un tipo sui cinquant’anni (ma potrebbe averne trenta), secco secco, occhi pallati, sputa per terra in continuazione. E racconta: “Del Piero nessuno sa chi sia, nessuno lo ha mai visto. E non interessa neanche. Io faccio entrare i miei fratelli per vendere le borse, i copri-cellulari, e qualche naan. Basta qualche rupia”. Lo stadio, il loro personalissimo suk.

Ci sono due grandi sponsor che vorrebbero fare soldi con il calcio indiano, oltre a voler proporre candidature per riuscire ad ospitare i prossimi grandi eventi (si parla dei mondiali 2026). Ma in India non sta avvenendo quello che è successo in America negli anni 70, quando vecchie glorie venivano ingaggiate per dar lustro al nuovo sport. Negli Usa il calcio è esploso nelle high school, ha avuto successo così. Nel calcio indiano non c’è una figura singola dietro agli investimenti, come avviene nei club arabi acquistati da magnati, ma solo aziende. C’è un tetto di due milioni e mezzo di dollari per ogni squadra, e una sola stella (anzi, ex-stella) che può sforare, prelevata in giro per il mondo. Il livello è molto basso; non c’è una squadra favorita; manca proprio la mentalità. Sono 38 miliardi di dollari di diritti televisivi. E 131 milioni di spettatori guardano campionati stranieri. La Fiorentina, l’Atletico Madrid e il Feyenoord hanno aperto delle football academy a Delhi. Ben poco romanticismo in tutto questo, zero passione, solo marketing.

Nel parco davanti al Delhi Gate, migliaia di ragazzi giocano a cricket, il loro sport, povero, imbattibile, lunghissimo. Se riesci a trovare qualcuno che cerca di imbastire una partitella di calcio, quando ti avvicini, ti accorgi subito che sbaglia tutto. Non sanno le regole, usano palle troppo piccole, vanno in porta a caso, il portiere non capisce perché dovrebbe stare nella sua area, si fermano e si siedono all’improvviso, dai ragazzi il campo non è così largo. Finalmente un trafiletto sulla stampa locale. Parla di Del Piero. Dice che l’anno prossimo andrà all’Honved. Quello di Puskas. In Ungheria. Altra storia.