Senza nemmeno quell’insistenza di chi cerca di strappare un’altra risposta, l’ultima e poi basta, quella che ti permette di guadagnare un’altra riga di intervista, ecco, senza nemmeno quella voglia furtiva della domanda fuori contesto, ti ritrovi a parlare di calcio in tutta tranquillità, e con una certa approvazione da parte degli interlocutori, tanto da diventare il solo argomento per cui vale la pena raccontare l’intero scambio di battute con gli Spandau Ballet. Dal vivo, in carne ed ossa, e senza nemmeno il minimo senso di disagio con loro, perché come dirà a chiusura di incontro il frontman del gruppo “ci hanno chiesto già di tutto, e più di trent’anni fa”. Siamo a Roma, Auditorium Parco della Musica, ultimi giorni del Festival del Cinema. E siamo nel momento prezioso che precede la presentazione del loro film, “Soul Boys of the Western World” (regia di George Hencken, ora nelle sale cinematografiche italiane) che racconta la loro genesi, l’ascesa, la discesa, e l’attuale reunion, che porterà poi ai concerti live di primavera in Italia: le date sono fissate per marzo 2015, si parte da Milano il 24, Torino il 26, Padova 27, Firenze 28 e Roma il 30 marzo. Dunque, si parla di calcio con loro. Inizia John Keeble, continua Tony Hadley, chiude Gary Kemp. Tutti con un sorriso furbo, di chi non vedeva l’ora finalmente di talk about serious stuff, parlare di cose serie.

E’ il batterista Keeble, che oggi di anni ne ha 55, che ci tiene subito a precisare una cosa: “Ero un ventenne negli anni 80, io come gli altri venivamo dal nord di Londra, quindi avrei potuto solo giocare a calcio nell’Arsenal come sogno. Poi, però ha preso il sopravvento l’altro mio desiderio: suonare la batteria a livelli da capogiro, una strada un pochino diversa…ma neanche troppo, se vogliamo ben guardare!”. Hadley, stessa età, invece gioca tutt’ora: “E con la maglia dei Gunners, naturalmente. Lo stadio di Highbury era il mio rifugio naturale da ragazzo. Vado tutt’ora a vedere le partite allo stadio, all’Emirates porto con me i miei quattro figli, seguono lo stesso indottrinamento che ho avuto io. Mi piace l’emozione che trasmette il calcio, e mi piace il protagonismo assoluto di alcuni calciatori in campo. E siccome sono uno che si tiene in forma, gioco in una squadra dell’Arsenal celebrities…la mia specialità è fare autogol!”. E poi ci sono i due fratelli Kemp grandi tifosi, Gary e Martin, che hanno avuto pure loro il quartiere di Islington come culla, ed è il primo a fare qualche cenno al calcio italiano: “Non siamo certo in un paese dove questo sport è in secondo piano rispetto al resto. Anche voi capire cosa vuol dire avere una squadra da tifare come riflesso naturale dei propri stati d’animo, come noi inglesi. Io sono legato agli allenatori e ai grandi capitani dell’Arsenal. E pare proprio che valga lo stesso anche qui a Roma, o no?”. 

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foto mia

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