VIALLI E MANCINI MI RACCONTANO LA LORO AMICIZIA E GLI ANNI INDIMENTICABILI CON LA SAMP

Il calcio è pratico, democrazia da caserma ed essenzialità dei numeri. E ha la memoria molto lunga. Per questo non è facile dimenticare legami, amicizie, coppie. Non c’è nulla di più intimo di una sconfitta e di un successo. E condividerli nella stessa stanza crea legami infiniti. Per questo, ancora oggi, quando si pensa a due amici nel mondo del pallone, si pensa a Roberto Mancini e Gianluca Vialli, ai tempi della grande Sampdoria. Non c’è niente di più ambito, unico, segreto. Debolezze e fragilità dell’uno compensate da generosità e altruismo dell’altro, e viceversa, continuamente, per anni e anni. Come dire: non basta essere forti singolarmente, ma è necessario dedicarsi all’altro. Regole di vita. Metafora bellissima, il calcio.

“Ho visto subito che quei due potevano formare una coppia pazzesca, mi sento un pochino responsabile del miracolo che è avvenuto in quegli anni nella Sampdoria. Li chiamavano i gemelli del gol, e avevano ragione”. A parlare per primo è Alviero Chiorri, 56 anni appena compiuti, ora residente a Cuba, ma negli anni 80 fu il primo a portare capelli ricci lunghi e orecchino su un campo di calcio (e due scarpini differenti: il destro a sei tacchetti, il sinistro – quello usato per calciare – a tredici), e fu anche la pedina di scambio per Luca Vialli dalla Cremonese alla Sampdoria. Per volere di Paolo Mantovani, il grande presidente del club blucerchiato di allora. E’ così che, ancora oggi, parlare singolarmente con Mancini e Vialli della loro amicizia diventa un privilegio assoluto. E’ così che ti senti parte di un mondo giusto, fatto per brave persone. E di cui vorresti far parte. E’ Vialli che comincia, e non è certo un caso se parte subito all’attacco: “Ci piaceva tanto stare insieme, eravamo come in trincea: io coprivo le spalle a lui, e lui a me. Ci sentivamo al sicuro, condividevamo tutto, ogni più piccolo segreto. Ancora oggi custodisco quei pezzetti di storia con grande gelosia. Dormire uno di fianco all’altro per quasi dieci anni, e negli anni più belli della tua vita, crea qualcosa di indissolubile. E’ stato poi lui a voler andare in una stanza da solo…diceva che russavo la notte…bah, mi sa che non era vero! Invece, era lui che si svegliava perché voleva farsi da mangiare anche di notte!”.

Ora, invece, dovete immaginare la voce di Roberto Mancini quando risponde alla provocazione, il tono è basso, fermo, vuole tenere il punto, anche se si sente che sta sorridendo: “Russava, eccome! E noi lo registravamo pure, per poi farlo sentire a tutti il giorno dopo, e riderne. Ma era permaloso, non diteglielo. Certo che poi, una volta che mi svegliavo, restavo sveglio. Quindi, è logico che mi veniva fame”. Adesso però la voce di Vialli non è seria: “Si svegliava e si faceva i toast…ancora ricordo l’odore in piena notte di prosciutto e mozzarella. Ma siccome Roberto aveva un fisico che tendeva ad ingrassare, allora poi se la prendeva con me”. Ma è Mancini ad altare l’asticella ancora più in alto: “No, no, non è vero: lui la mattina, siccome Boskov ci pesava tutti prima dell’allenamento, per perdere qualche chilo si chiudeva in bagno per un sacco di tempo…prendeva la purga, capito? Era uno molto precisino, ci teneva alla linea, curava l’alimentazione. Eravamo molto diversi in questo. Ma proprio queste differenze ci hanno unito, ci hanno reso inscalfibili. Nessuno riusciva ad entrare nel nostro mondo, eravamo l’unione che fa la forza, una cosa da brividi insomma. Ricordo con trasporto, con emozione quegli anni. Era un periodo speciale, per il calcio, per la storia del nostro paese. Tutto doveva ancora avvenire, e noi eravamo ventenni, veloci con la testa e con i piedi. Vivevamo a Genova, una città che ti permette di fare tutto quello che vuoi a misura d’uomo, proprio come le marcature di Boskov”.

E’ difficile pensarli così, oggi. Giacca e cravatte e divise d’ordinanza. E se li mettete vicini, non pensiate di riuscire a parlare di calcio con loro: immaginate piuttosto due sociologi pasoliniani. Che studiano da privatisti. Sentite Vialli: “Vivevamo tra Quinto e Nervi, e gli allenamenti erano a Bogliasco: ci muovevamo anche con i mezzi pubblici, o il treno. Il ristorante a tre minuti da casa, il campo a cinque, era tutto vicino, e a quei tempi il nostro gruppo non pensava al successo o alla fama, eravamo io, Roberto, Pagliuca, Mannini, Lombardo, e tutti gli altri, tutti fratelli, con le nostre paure e le nostre sicurezze, che gli altri compensavano”. Ora Mancini: “Oggi non si vedono storie così, perché sono cambiate le condizioni: ma non penso che non possano ritornare. Il calcio è come la moda, il calcio è ciclico. Io sono il primo a rifare quello che mi ha insegnato Boskov, cerco di chiudere il cerchio. Molte volte in allenamento, ai miei ragazzi, cito le sue frasi. Sento che trasmetto qualcosa di più grande in questa maniera. Le mie frasi preferite, e che ripeto sono: meglio perdere 4 a 0, che 4 volte 1 a 0. Oppure: i giocatori vincono, gli allenatori perdono. Oppure: un grande giocatore vede autostrade che per altre sono sentieri. Poi, beh, certo, ai nostri tempi c’era il presidente Mantovani che faceva tutto il resto…parliamo di un uomo che viene da un altro pianeta, che ha puntato tutto sull’unione del gruppo, per radicare legami, per saldare giunture caratteriali dei suoi ragazzi”.

Oggi, il figlio, Enrico Mantovani, ha un presente da dirigente, e con lo stadio ha sempre l’appuntamento fisso: “Mio papà diceva che la costruzione di un gruppo vincente doveva partire innanzitutto dal rapporto di simbiosi che poteva nascere tra i giocatori. Lui ha fatto in modo che le grandi amicizie potessero sbocciare in maniera del tutto naturale. Aveva messo insieme otto, nove ragazzi della stessa età, e se li coccolava, invitandoli uno per uno in salotto nella casa di Sant’Ilario, conoscendoli, parlando tanto con ognuno di loro”. Si racconta che il presente Mantovani non amasse entrare nello spogliatoio, non gli piaceva andare in televisione, o apparire. Le vittorie dei suoi ragazzi le viveva con molta felicità, ma appartato, discreto, silenzioso. L’unica volta che lo videro scendere negli spogliatoi del Marassi fu dopo una serie di sconfitte pensanti, l’anno successivo allo scudetto: ma fu per rincuorarli tutti, uno per uno. “Mancini era quello geniale, quello con il guizzo, il talentuoso, ma che pretendeva la perfezione in campo: così spesso urlava contro gli altri, e pure contro Vialli. Luca era invece quello timido, pacato, regolare, calcolatore, che se ne stava sulle sue, senza sbottonarsi troppo. Per questo i due insieme erano una coppia formidabile. Caratterialmente e tecnicamente. Chi, come me, ha avuto vent’anni negli anni 80, non può che essere grato a una coppia esemplare come quella”.

Ma torniamo ai due. Perché non è certo finita qui. Il calcio è battaglia. La prima regola è l’io, così ci insegnano i calciatori di oggi. Prima si colpisce, poi ci si riconosce. Io, l’altro, quasi mai noi. Eppure, se si condivide una stanza da letto negli anni più bella della vita, il calcio diventa un viaggio al termine della notte, e alla fine dello specchio tu sei l’altro e l’altro te. Come racconta Roberto Mancini: “Spartisci un’identità che ti sembra estranea. Ma alla fine la riconosci, come l’ologramma di te stesso”. Risponde Luca Vialli: “Non giocavamo su debolezze e fragilità, non giocavamo per fare male. Giovavamo ed eravamo noi stessi”. Uno dei tifosi storici della Sampdoria, ex-leader degli Ultras, Enzo Tirotta, racconta: “Entrambi hanno fatto gesti impensabili per un calciatore di oggi: per questo si sono fatti amare. Vialli è venuto al campo di Bogliasco a fare la partita di addio contro noi tifosi, eravamo in dieci mila che volevamo giocare contro di lui. Mancini girava per la città con il cappello blucerchiato, per far capire quanto si sentisse in sintonia con la squadra, e non certo per mostrare qualche sponsor. Vialli per farci uno scherzo una volta è venuto al ristorante con la maglia del Genoa sotto la camicia. Quando abbiamo raccolto cibo da inviare ai ragazzi della ex-jugoslavia, Mancini è arrivato allo stadio con un taxi carico zeppo di roba da mangiare e ce l’ha consegnata. Due giocatori perfetti, pure per noi tifosi”.

Racconta ancora Enrico Mantovani: “Non lo ammetteranno mai, ma provate a metterli vicini, si battibeccheranno sempre, perché sono cresciuti così, uno guarda l’altro, e l’altro va sempre un pochino più in là”. Sentite Mancini: “Vivevamo per strada tra Nervi e Quinto, a nostro agio come fosse un attico con vista in centro per i giocatori di oggi. Questo ti condiziona il carattere, cresci più semplice, più spontaneo. Per questo io mi arrabbiavo con Luca apertamente, senza nascondere niente, con impeto, con naturalezza, in maniera genuina: ancora ricordo le urlate che gli davo in campo”. Continua Vialli: “Solo una volta non ci siamo parlati per una settimana, perché lui aveva esagerato. Ma il primo passo per riappacificarci l’ho fatto io, perché ci soffrivo”. Ma Mancini ha un’altra versione: “Sono stato io a riappacificarmi con lui, perché lui era troppo orgoglioso per farlo”. Ora Vialli: “Io miglioravo lui, lui migliorava me. Lui più avanti, io più indietro. Ci compensavamo, ci completavamo. Ormai è letteratura pura”. Ora Mancini: “Io più coraggioso, lui più calcolatore. E a carte giocavo meglio io…”. Ora Vialli: “Mi sembra fossi più bravo io a carte”. E ancora: “A volte penso di aver vissuto qualcosa di unico, di straordinario in questo ambiente, sono stato fortunato. Tutte le maglie di calcio hanno colori che se ti sposti in un altro paese al mondo, le ritrovi sotto altre tonalità, o sotto altre sfumature. Il blucerchiato invece è proprio solo lì, e solo quello”. Ora Mancini: “Su un campo di calcio se ti danno una pacca sulla spalla non è certo per amicizia, in quella Sampdoria invece succedeva”.

 

E’ sul Fatto Quotidiano di oggi (2 pagine bellissime!)

 

 

QUELLA GRANDE SAMPDORIA, ECCO COS’ERA

C’è un’altra scuola. E ci sono ex-alunni che si portano ancora i compiti a casa. Non vengono ricordati abbastanza dai giornali del settore, anzi quasi mai: quel gruppo si disperde nelle liturgie dei singoli legati all’attualità; sono divisi, indaffarati con le loro nuove missioni. Eppure: non ci si fa belli solo per le strade di Milano, sotto la Mole o con la carbonara, ma anche con il pesto, i carruggi e le buone maniere. E’ per questo che la Sampdoria di Paolo Mantovani è ancora citata, è attuale.

Sapete com’è quando si è giovani, ti chiedi: perchè non si accorgono di me?, e metti da parte qualsiasi aggettivo ti riguardi. Gli articoli sono ancora in uno scatolone, e gli ex ragazzi non hanno mai avuto il coraggio di ritirarli fuori. Sapete com’è quando si è cinquantenni: si preferisce guardare avanti e non perdere tempo con i ricordi, con le facce senza rughe. Invece, ora tutto è cambiato: il passato adesso piace, adesso viene utilizzato, adesso viene invocato, adesso viene ringraziato. Oggi c’è Mihajlovic che cita Boskov. Mancini che in conferenza dice di ispirarsi a Boskov. Vialli che non rilascia più interviste, ma se si tratta della Sampdoria…

Paolo Mantovani era un tifoso della Lazio, che a Genova simpatizzava per il Genoa, ma con la sua Sampdoria fu artefice del miracolo, e di un gruppo straordinario. Nel 1979 divenne presidente, e due anni dopo, con Renzo Ulivieri in panchina, tornarono in serie A. Arrivarono Roberto Mancini, l’irlandese Liam Brady e l’inglese Trevor Francis. Nel 1983, con Souness, Vialli e Bersellini allenatore, conquistarono il primo trofeo, la Coppa Italia. Arrivò sulla panchina Vujadin Boskov, e una seconda Coppa Italia. Una terza arriverà l’anno dopo, in una stagione in cui i blucerchiati persero la finale di Coppa delle Coppe contro il favorito Barcellona, ma si aggiudicheranno la Coppa delle Coppe. Poi, la stagione d’oro: quella dello scudetto 1991. La Samp di Boskov era una squadra spettacolare, ma pratica, fondata su una difesa solida con Pagliuca in porta e i micidiali marcatori a uomo Vierchowod, Mannini, Pellegrini, Lanna e Bonetti. A centrocampo, la classe e la sostanza di Dossena, Cerezo, Lombardo, Katanec, Pari, Invernizzi e Mikhalichenko, supportava Branca, Vialli e Mancini, autori di gol pesanti. La nuova stagione si aprì con la Supercoppa Italiana. In Coppa dei Campioni, caddero Rosemborg, Honved Budapest, Stella Rossa, Campione d’Europa in carica, ma fu il Barcellona ancora una volta a infrangere i sogni europei. Poi, partirono in tanti, con Vialli anche Boskov, Pari e Cerezo; e i giovani Serena e Chiesa e Jugovic, guidati dal nuovo allenatore, Sven Goran Eriksson, mancarono l’Europa per un punto. Quella Sampdoria era una scuola. E quella scuola resta un lessico famigliare. Con cui non sentirsi persi nel mondo.

E’ sul Fatto Quotidiano di oggi (2 pagine bellissime!)