Lui non è su un tabellone pubblicitario, anzi è quello che lo prende a calci. E’ tutto ammaccato, ha una contusione al braccio, ma non all’anima. Nessun’altra ferita superficiale, solo un ridimensionamento dei sogni. Si chiama Maurizio Schillaci, anni 53 anni, vive in un vagone abbandonato nella stazione di Palermo. Lui era quello forte della famiglia Schillaci. Aveva talento e grinta, colpi di classe e dedizione. Poi un infortunio lo ha fatto precipitare. E’ uscito da pochi mesi un documentario bellissimo sulla sua vita, il titolo già racconta tutto: “Fuorigioco”. Ci ha pensato un giovane regista siciliano, Davide Vigore, fresco di Centro Sperimentale di Cinematografia. Sta ricevendo tutti i premi del settore, è molto ambito per le presentazioni di piazza. Con lui sul palco salgono tutti, da Ciprì a Martone, da Andò a Balsamo, e pure qualche vecchia gloria siciliana dalla memoria lunga.

Dietro la cinepresa con Davide Vigore c’era anche Domenico Rizzo, altro giovane promettente di Palermo. Sono stati molto attenti nel raccontare questa storia, al punto che Maurizio sta vivendo una nuova vita, fatta di riflessioni, non più emotività spicciola, fatta di pensieri a lungo raggio, non più flashback e involuzioni. E la sua presenza nei posti più sperduti in Italia, dove questo film viene raccontato, diventa cosa ambita. Con lui, con il suo raccoglimento, i quartieri più lontani delle grandi città si mettono a pensare. Sulla vita. Sulle scelte. Sul valore del calcio. Sulla solitudine che crea. Sulle persone che gli gravitano attorno. Proprio una settimana fa, ad una presentazione nella provincia di Palermo, sono arrivate più di duemila persone. Racconta Vigore: “Maurizio, quando io ero piccolo, era quello forte. Era il nome sulla bocca di tutti. Totò era sconosciuto, e Maurizio, di due anni più grande, era il calciatore che tutti volevano. Aveva talento, grinta, e ha fatto una carriera strepitosa all’inizio. Lazio, Licata, Palermo. Quando Maurizio giocava nella Lazio, in serie A, c’era Totò che giocava nel Messina in serie C1. Con Totò il Messina salì in serie B, Maurizio si infortunò, e il presidente di allora fece questo scambio tra i due. E da allora la sua carriera si arenò. Iniziò ad assumere alcool, droghe, una vita di eccessi. Maurizio era un calciatore che guadagnava 500 milioni all’anno, e quelli spendeva. Ma ha una fragilità che non ho mai visto in nessuna persona al mondo. Maurizio rappresenta Palermo: il suo volto è molto bello, ma è consumato”. Infatti, nel suo documentario, Vigore utilizza una metafora magnifica per descriverlo: mostra, con effetti che solo un regista di grande livello può utilizzare, il crollo di una palazzina strepitosa nel centro storico di Palermo.

Ancora oggi, in certi momenti magici che solo uno stadio di calcio può donare, viene ricordato Maurizio Schillaci al Barbera. Come la scorsa giornata di campionato. Ecco, quel coro lì, quel momento, quell’istante, è stato scolpito nella roccia. Glielo sono andati a raccontare in tanti, e lui, Maurizio, ha risposto così: “Non ci resto male quando sento i cori che mi vogliono. Ho la mia vita, fatta di piccole soddisfazioni quotidiane. Vivo giorno dopo giorno, aiuto i miei amici qui in stazione quando sono in difficoltà, per il resto sto bene con l’anima. Ho smesso di fare uso di tutto, sono pulito, ma ho un dovere nei confronti di chi mi ha accolto in questo mondo in cui vivo adesso. Chi non l’ha mai vissuto non lo può capire. Mentre a Totò gli voglio bene, lui ha i suoi tifosi, io i miei. Ma i veri ammiratori sono altri”.

Continua Maurizio Schillaci: “Tutti dicevano che ero più forte di lui. Può essere. Sicuramente non ha avuto la sua fortuna. Ero il pupillo di Zeman, ero sul punto di esplodere. Poi sul più bello sono passato dalle stelle alle stalle. Le mie stagioni migliori le ho vissute con lui. In serie B. Segnavo a raffica. Poi è arrivata la Lazio, era il mio periodo di grazia. Vivevo nel lusso, ho cambiato 38 auto, ho giocato negli stadi da sogno. Poi gli infortuni, lo stop forzato. Lo scambio con Totò finì sulla bocca di tutti, e tutti i giornali ne parlavano. No, non conservo niente di quei giornali. Avevo un tendine bucato, ma non solo quello. A 33 anni mi prende lo Juve Stabia, a 33 anni, e la droga ha fatto poi il resto. Eroina, la cosa peggiore. Il declino è stato velocissimo, in un attimo mi sono ritrovato per strada. Come vivo oggi? Sdrammatizzo, cerco di prenderla a ridere, vivo nelle esigenze quotidiane. Non riesco a trovare lavoro, vivo con altri 20 barboni, in questo nulla assoluto che è la parte della stazione di Palermo dove ci sono i vagoni abbandonati, quelli che non usano più, troppo vecchi, troppo sporchi. Passo le giornate pensando a come racimolare qualche soldo per mangiare, per aiutare quelli nelle mie stesse condizioni, per comprarmi le sigarette, ed è già ora di dormire. Ho perso i contatti con il mondo del calcio, quando giocavo erano tutti amici, ora non c’è più nessuno. La persona che mi ha voluto più bene è stata Zeman. Ogni tanto lo intravedo. Lui mi adorava, quando stavo a posto. Per lui avrei fatto qualsiasi cosa. E’ uno diverso da tutti, è uno che capisce”.

Oggi Totò Schillaci si dedica giorno e notte alla sua scuola calcio per ragazzini nel quartiere dove è nato, fatto di casermoni e palazzi squadrati, poca erba, tanto sudore. Si chiama Cep (centro edilizia popolare), e migliaia di giovani vengono via dalla strada proprio per tirare calci ai suoi palloni. Ma pensate a Totò Schillaci nei mondiali del ’90, chi lo conosceva prima che segnasse?

Continua Maurizio: “Mi ricordo bene quel mondiale. Un mondiale, io stavo già toccando il fondo, lui stava diventando l’idolo di tutti. In quel mondiale, improvvisamente la sua fama e la sua importanza cambiarono”. Il calcio è così: vive di immediatezze, di monarchie, di rivoluzioni. Il calcio è un viaggio con gerarchie sicure, ma che un attimo dopo possono essere sconvolte. Basta poco per salire e scendere. E’ fatto di vite che cambiano, sliding doors. Totò Schillaci fu quello che nelle notti magiche del 1990 segnò più gol di tutti, sei. Fu lui l’eroe, non Baggio. Grazie a quei gol si prese la sua vita, se l’accarezzò e ancora oggi ringrazia. Maurizio, invece, la sua vita la fece scorrere via, e ora ha in mano tutt’altro. Qualcuno lo capisce, altri no. Qualcuno ci ha fatto addirittura un film. Che sta ricevendo molti premi. E allo stadio Barbera di Palermo tutti lo sanno.

 

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