QUANDO EINSTEIN SOGNAVA su CheFuturo!

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  Non i fisici di oggi, ma quelli del XX secolo. Hanno già detto tutto, e da loro attingo quotidianamente per capire l’attualità, le cose di tutti i giorni, il futuro. Non solo Einstein, ma anche gli altri: Schrodinger (tra i miei preferiti), Dirac, Pauli, Planck, Lorentz, Heinsenberg, De Broglie, Compton (altro mio preferito), Bohr, Born, Poincarè, Marie Curie, Bragg, eccetera così. Ci danno la strada per capire dove stiamo andando: è questo il mio mantra, la mia regola, il mio credo da quando mi sono laureata in fisica e ho studiato la vita, letto con attenzione le biografie, tradotto i testi scritti da loro e su di loro. Hanno segnato un solco per terra, è importante ricordarcelo sempre.

Andiamo avanti, il futuro è sempre più prossimo, le nuove idee facilmente diventano sostanza concreta, ma la storia è la più grande orchestratrice del domani. La storia dei grandi, dei sognatori, dei veggenti, di chi usava la testa ed era fuori dal tempo. Dei matti. Dei solitari. Sei visionari. Ecco, proprio da loro parto per le mie storie in questo preziosissimo spazio nel web, per i miei nuovi post, in questo luogo magnifico che guarda al futuro con immensa speranza.

Partirò da Einstein, che ha sempre rappresentato il mio faro. E non sarà certo un caso, se tornerò spesso da lui, per chidergli consiglio, conforto, approvazione. Dicevo, Einstein: c’è stato un momento in cui anche Einstein sognava. Esattamente come facciamo noi. C’è stato un momento in cui il grande scienziato lavorava all’ufficio brevetti di Berna, e sognava. Seduto alla sua scrivania, tra i vari progetti da approvare: quello di un trapano fatto a denti curvi per minimizzare l’attrito e l’idea di trasformatore che mantiere costante il voltaggio al variare dell’energia. Sognava, Einstein. Sognava di dare una diversa definizione alla parola “tempo”. Ne voleva riscrivere il significato, una volta per tutte. Una follia, se l’avesse raccontato a chiunque altro, e così mantenne il segreto.

Non gli bastava, naturalmente, quel lavoro all’ufficio brevetti, ma lo faceva per pagarsi da vivere. Nei momenti di svago tirava fuori i suoi manuali di fisica dal cassetto, e sognava. Leggeva Newton e Galileo, di nascosto dai capi. E poi scriveva. Scriveva tutto quello che gli passava per la mente dopo quelle letture. E poi nascondeva di nuovo tutto nel cassetto. Il cassetto dei divertimenti, aveva chiamato così il ripiano che chiudeva a chiave sotto la scrivania. Canticchiava “Al chiaro di luna” di Beethoven, e sognava pure quando passeggiava in strada, quando era in coda per prendere la corriera, prima di addormentarsi la notte, o la mattina all’alba.

L’importanza di sognare, di fare sogni immensi, infiniti, ce l’ha insegnata Einstein. Scrive Einstein, aprile 1905: “Voglio capire il tempo, perché soltanto trovando il significato profondo di questa parola, soltanto così posso avvicinarmi al Vecchio”. E’ lui che ci insegna anche l’importanza del segreto, del tenere per sé quegli straordinari impulsi verso qualcosa apparentemente irraggiungibile ma che in fin dei conti se ci si crede veramente possono diventare reali (“è inutile rivelare tutto, è come se una parte della magia così svanisce, mentre è più utile coltivare il mistero”). E’ lui che ci invoglia tutti all’ozio, cosa che gli veniva particolarmente bene (come racconta l’amico ingegnere Michele Besso: “stava ore e ore sotto gli alberi a guardare i rami, le foglie, la gente, le nuvole, ed oziava, e questa azione la consigliava a tutti, soltanto così riusciva a creare”). Infine, è lui che scrive, sempre in uno dei suoi fogli che nasconderà a chiave nel cassetto, nel maggio del 1905: “Se il tempo e il succedersi degli eventi sono la stessa cosa, allora il tempo è quasi fermo. Se tempo ed eventi non coincidono, allora sono soltanto le persone a muoversi, ma con estrema lentezza. In questo mondo, se non si nutrono ambizioni, si soffre ma non si è consapevoli della sofferenza. Se, al contrario, si è ambiziosi, si soffre coscientemente ma piano piano”. E qui c’è dentro tutto. Poi arriverà giugno, e consegnerà alle stampe la sua teoria definitiva sul tempo, ovvero la teoria della relatività speciale.    

 

 

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