Era il 2008, e questa è l’intervista che feci a Giulio Andreotti. Allora scrivevo, con uno pseudonimo, anche sul Riformista (mi ero chiamata Alice Bellafonte).

Ecco l’intervista…

 

Incrociare il suo sguardo. Mai facile, va bene: però stavolta toglie, davvero, il fiato. Uno sguardo inedito. Gli occhi che vanno lontano. Oltre la mattina, buia più del solito. C’è la Roma, la sua adorata Roma che, sabato, ha perso con la Juventus. C’è questa classifica misera, meschina, impensabile. E poi c’è il Chelsea, che già atterra. E’ così che i suoi ricordi diventano dolci, pieni di nostalgia, preziosi.

Giulio Andreotti, tifoso romanista – “fin dalla nascita della società” –  ti guarda e dice (con una fierezza non scontata): “Certo che ho voglia di parlare della mia Roma. Ma perché, scusi, non dovrei parlarne?”.

Ti spiazza subito l’ex gran capo democristiano, l’ex presidente di tanti governi, il Belzebù che ha attraversato tutta la Prima Repubblica ed è ancora, sia pur nel percorso che viene riservato ai senatori a vita, protagonista nella Seconda.

“Lei mi chiede della Roma e io le dico che il finale è già scritto: ai tramonti seguono sempre le albe”.

Si parte da lontano, con lui. Per forza. “Negli anni ’20, io avevo da uno a undici anni, quindi le mie impressioni sulla Roma erano superficiali. Quel che posso ricordare di quegli anni è che anche a me,  ragazzino di una Roma ormai sparita, piaceva prendere a calci il pallone: ricordo uno dei giocatori di piazza Firenze, dove abitavo io, un certo Frisonio Gadaldi, che era uno studente di veterinaria ed era, per questo, un po’ preso in giro…”. Ma per tornare all’attualità, Presidente? “Il momento che sta vivendo la Roma fa molto discutere. Ma non c’è dramma. Chiaro che si tratta di un tramonto: la sconfitta subita dalla Juventus è netta, come il 4-0 firmato dall’Inter… il record negativo di questo inizio campionato è sulla bocca di tutti… qui, in città, d’altra non si parla d’altro: e la linea che la società deve seguire, come si sa, a Roma, la dettano i tifosi. Ma io, cosa vuole le dica? Risorgeremo? Chiaro. Risorgeremo, sicuro, lo scriva tranquillamente… Non c’è dubbio”.

Parli con Andreotti, ed è un continuo flash-back. “Il mio calcio è quello di 50, 70 anni fa, quando andavo a vedere la partita a Monte Testaccio, e quando c’erano molti meno procuratori o affaristi… La mia infanzia l’ho passata godendo del calcio semplice, leggero, puro divertissement. Per dire: con me palleggiavano anche alcuni giocatori della Roma, se mi capitava di incrociarli per strada. Lo stesso Gadaldi, o Frisoni, il terzino Aldo Monzeglio, il portiere Guido Masetti, erano ragazzi di quartiere. Vicino a vicolo Valdina, qualche vetro di qualche palazzo – diciamo – a caso, l’ho rotto anch’io, insieme ai giocatori della mia prima Roma”.

Prosegue, la voce che conoscete. “Sa, ad un certo punto la mia famiglia andò ad abitare in via dei Prefetti, e con i giocatori della Roma mangiavo in una trattoria un po’ così, dalla Sora Emma. Era un mondo diverso. Io, per esempio, ho avuto quattordici anni per più di un anno: così pagavo il ridotto due lire. Magari fanno ancora così, ma a me sembra tutto un altro mondo. Quando ero ragazzino andavo a piedi con i miei amici a Campo Testaccio a vedere le partite della Roma e, se la Roma giocava in trasferta, tutti ci recavamo come in pellegrinaggio a Piazza Colonna, nella Galleria che adesso è dedicata al mio caro amico Alberto Sordi… e ci mettevamo tutti in lì, in trepida attesa, aspettando che dalla radio giungessero i risultati delle partite”.

Ora cambia tono, la voce quasi gli si abbassa. “Guardi, lo ammetto: il mio è un amore infinito per quella maglia giallorossa. Oggi, beh, allo stadio non ci vado più…. Sono troppo legato al passato, e mi adagio sulle comodità di casa: tv, telecomando e via. Ma, le dico la verità, il mio cruccio più grande, resta quella di avere un figlio laziale”.

Giulio Andreotti, 88 anni, anche quando parla della Roma non riesce tuttavia ad abbandonare la sua proverbiale diplomazia (o astuzia?): “Lei vuole che le dica che Mazzone è l’uomo giusto per la rimonta in campionato, vero? No… Non posso, non riesco a schierarmi per questo o per quell’altro”. Ma, un tempo, lo fece. “Parla di Falcao… Vero?…..”. Sospira, Andreotti. “Beh, ora i tempi sono cambiati…..”.

Occhi come lucidi. Un giorno gli dissero: “E’ un vero peccato che Falcao lasci Roma: si potrebbe fare qualcosa?”. Correvano gli anni 80, quelli del duello con la Juve della Fiat. Il brasiliano, corteggiatissimo dall’Inter, era in trattativa per lasciare la società. “Il Papa, non è una leggenda, aveva pensato bene di interessarsi personalmente del caso Falcao: ebbi un solo ruolo nel reingaggio del giocatore. Questo: chiamai sua madre e gli dissi, senza mentire: il Papa aspetta suo figlio”. Papa Wojtyla convocò in Vaticano il presidente Viola e la squadra dello scudetto: Falcao restò alla Roma. “In realtà, andò così: il Papa, ricevendo la Roma, insieme al cardinal Angelini, disse: ma Falcao rimane? Non era una bugia, quindi, e la madre di Falcao restò contenta. E quella, è stata l’unica volta che mi sono impicciato”.

E con Totti, con De Rossi e Aquilani, il suo attaccamento è lo stesso? “Per Totti ho avuto un debole. Nel 2003 venne a trovarmi a palazzo Giustiniani, ebbi in dono la sua maglia, io gli dissi: Francesco, dopo Fulvio Bernardini tu sei l’unico capitano che accolgo: fai presto a vincere un altro scudetto. Totti è bravo, certo, ma ora non ho idoli. Il mio amore per Falcao era un’altra cosa. Vede, adesso, tutto è cambiato. E io sono un semplice tifoso giallorosso, che guarda le partite come tanti altri….”.

La leggenda racconta che Andreotti abbia messo bocca nelle cose del calcio e della Roma fin dagli anni 50: da quando cioè Franco Evangelisti, allora segretario generale della Dc, pensò di rilevare la società dal vecchio conte Francesco Marini Dettina. Ma la storia ufficiale del calcio e della Dc dice che Andreotti era contrario alla presidenza Evangelisti. Perché nel pallone le piazze fanno presto a rovesciarsi, e i voti (leggi consenso popolare) così come aumentano fanno presto a crollare. Evangelisti se ne andò nel ’68: dopo di lui si cambiò rotta. Dopo i politici arrivarono i palazzinari e gli industriali. Alvaro Marchini che metteva cemento su cemento frequentando Evangelisti da una parte e il Pci dall’altra. Oppure, ancora, Gaetano Anzalone, altro grande costruttore delle periferie. Eppure, ecco: la Dc e Andreotti erano sempre vicini. Si legge in un vecchio libro celebrativo della Roma, commissionato dallo stesso Anzalone: “Del consiglio di amministrazione fanno parte dirigenti di una lunga milizia giallorossa e dirigenti nuovi, immessi per la loro sportività, non disgiunta dal loro impegno politico…”. Anche se quelli erano anni in cui le cose andavano male e i giocatori – Capello, Landini, Spinosi per primi – partivano spesso per la Juve.

Succederà lo stesso anche oggi, per i giovani promettenti e scalpitanti della Roma attuale, senatore? “Non riesco a predire il futuro in maniera così precisa, qualcosa cambierà, ci vuole una svolta, ma io non sono mica in grado di saperlo”. Dopo Anzalone, venne Dino Viola. E poi, Franco Sensi. Ora, c’è la figlia, Rosella. “Altro temperamento, altra grinta”. Ma, dica la verità, secondo lei, Mutu, il padre Franco lo avrebbe comprato per il bene dei tifosi? “Guardi, le dico: forse sì. Ma non lo so. So solo che lui, Franco, era diverso: forse più attento agli umori della città, forse più istintivo”.

Dicevamo di Viola. Dino Viola: fu Andreotti a spingerlo. E a gettarlo nella mischia politica dopo lo scudetto: un rastrellamento di voti: 32.799 preferenze alla Camera, 27.439 al Senato. Fece scalpore. Il Pci fu come colpito al cuore. Nel quartieri più popolari si leggevano volantini del tipo: “Non votare viola, vota giallorosso”, con tanto di scudetto lillà, e la falce e martello bicolori.

Viola presidente, qualche volta temeva Giulio Andreotti. Si legge da una cronaca di quel periodo: “Andreotti ci rende antipatici. Agnelli spende miliardi per la Juve e l’onorevole nemmeno una lira per la Roma: ci dia almeno cinquecento milioni”. E fu Andreotti, nel suo studio, davanti ai figli del senatore morto per un tumore agli inizi del ’91, a prospettare le ipotesi di una cessione a Giuseppe Ciarrapico o a Luciano Gaucci. Fu scelto Ciarrapico. Una scelta che mandò su tutte le furie Vittorio Sardella detto lo “squalo”, esponente di rango della corrente andreottiana romana ma nemico personale del Ciarra. Sardella, si racconta, tirava la volata a Caltagirone: “Il presidente non si interesserà al futuro della Roma”, fecero sapere gli uomini di Andreotti. E, forse, è proprio così: non era più tempo di immischiarsi in cose di pallone. Del resto, agli inizi degli anni 80, Andreotti disse (frase riportata da tutti i giornali di quel periodo): “Nel calcio ho fatto una lunga carriera, non come giocatore, perché ero una schiappa, ma come tifoso. Dagli alberi al campo di Testaccio, sono finto alla tribuna d’onore”.

Ora, al campo di Testaccio – è cronaca di questi giorni – la giunta comunale sta progettando di asfaltare tutto, per far nascere un parcheggio: “Fa male sentirlo dire. Ma gli anni passano, la gente cambia, le esigenze pure. Io, in quel campo, ci ho lasciato il cuore. Come quella volta…”.