EROINA-L’INCHIESTA cap2: Intervista alla madre

Siamo ancora al Ceis, secondo piano di questo edificio enorme che accoglie i ragazzi tossicodipendenti, e li avvia ad un percorso di recupero individuale. Roma sud, quartiere Garbatella. Per tutti, fuori è lunedì mattina; il cielo è aperto, azzurro, molto romano. Il presidente, Roberto Mineo, ci presenta un signora: «Lei è Rita, la madre di un ragazzo in cura da noi». Dunque, la signora Rita è una donna sui sessantacinque, capelli lunghi, brizzolati, gli occhi sono verdi, lineamenti da donna forte, è avvolta in un impermeabile corto, stretto in vita, francamente molto bella. Appena restiamo soli, corregge subito le parole di chi l’ha presentata, e con una certa fretta, inizia il suo racconto: «Sì, sono la madre di un ragazzo che ha fatto uso di eroina per tanti anni, ma ora ne siamo finalmente fuori. Ho voglia di parlare, di parlare con voi. Perché vorrei gridare a tutti che si può uscire da questo incubo: vorrei raccontare la mia esperienza, affinché sia utile a qualcuno, per bloccare sul nascere l’avvio alla tossicodipendenza di un figlio. Vi assicuro che nelle mie condizioni passate, attualmente ci sono tante persone che vivono nel silenzio, nell’ombra, e nella solitudine».
Innanzitutto, grazie, signora Rita. Ma andiamo con ordine: ci racconti tutto dall’inizio. Quando ha capito che suo figlio faceva uso di eroina?
«Il quando, è il momento più difficile da raccontare, in tutta questa storia. Purtroppo, c’è stato uno shock forte, che mi ha fatto aprire gli occhi. Altrimenti, avrei continuato a non vedere, o forse a far finta di non vedere. Perché quando sei genitore, all’interno di una famiglia borghese, cresciuta con i valori sani e alti che a me e a mio marito ci hanno trasmesso a nostra volta genitori intelligenti, aperti e progressisti, ecco, dicevo: quando credi di essere in pace con la coscienza, e in più hai un lavoro appagante, cerchi di nascondere ai tuoi occhi le cose che potrebbero crearti dei problemi; e comunque lasci che si risolvano da soli, li sminuisci, non gli dai importanza. Quindi, la situazione era questa: il figlio in questione è l’ultimogenito di tre, ora ha 32 anni, ma quando è scoppiata la bomba ne aveva nove di meno. Mario, si chiama. Aveva deciso di andare a vivere con la fidanzatina di allora, alla Bufalotta. Avevano un figlio di 16 mesi. Una sera, i vicini di casa chiamarono la polizia, perché sentivano il bambino piangere, per ore. Sfondarono la porta, entrarono, e trovarono il bambino da solo, in un appartamento in cui era evidente che vivevano due tossicodipendenti. Chiamarono me, arrivai, e soltanto lì mi resi conto di tutto.
Ma non c’erano segnali, prima di allora?
A posteriori, certo. Ho rivissuto nella mia testa ogni situazione strana passata con Mario, e l’ho tradotta in questi segnali che mi chiede lei. Però, mentre li vivi, ripeto, non gli dai il giusto peso. Tra l’altro, che mio figlio faceva uso di eroina, era una cosa che credo si capisse nell’isolato dove viveva, ma nessuno mi diceva niente. Noi viviamo a Montesacro, altra zona, lontano. Lo vedevamo poco, io e mio marito, o i suoi due fratelli: ma con noi Mario era sempre normale, non in stato down. Quella è una droga infame, che non ti brucia il cervello, ma che ti fa stare in maniera diversa solo nei momenti in cui è in circolo. I segnali, che devono fare scattare l’allarme a tutti, sono le richieste continue di soldi, gli oggetti in casa che sparivano quando passava lui perché poi li andava a rivendere, i regali che non dovevano essere cose materiali, ma sempre e solo sotto forma di denaro. Poi, certo, c’è quel richiamo continuo da parte dei professori a scuola, gli studi che non andavano bene, ma poca cosa. Comunque, altro consiglio: chiedete a tutti i vicini, a tutti quelli che gli stanno intorno, non necessariamente amici, che tipo di condotta vedono fare ai vostri figli. A posteriori, se lo facevamo, tutto magari poteva essere arginato e ridotto.
Da quando è venuta a saperlo, a quando è iniziato il percorso di recupero, cosa è successo?
Questo è l’altro momento più nero, di tutta la storia. La durata di questo periodo è lungo, parlo di anni. Perché Mario non aveva ancora toccato il fondo. La presa di coscienza del problema non basta che ce l’abbia un genitore, deve averla il figlio. Dunque, la polizia porta il bambino ai servizi sociali, e la trafila per riaverlo è stata lunghissima. La madre, ex fidanzata di Mario, scappa, e non è mai più ricomparsa. Lui, invece, dopo essere stato in prigione, per una settimana, viene a vivere con noi. Io lascio il lavoro, mettendomi in pensione, per dedicarmi interamente a lui, e al riaffido del bambino piccolo. Lui, prima decide di entrare in comunità, a Castel di Leva, poi scappa: gli facevano lo scalaggio del metadone, ma nella testa era ancora drogato, e aveva solo voglia di eroina. Quindi, torna in casa, e parte il nuovo calvario. Inizia anche a spacciare, pur di trovare i soldi: c’erano notti che prendeva la macchina e usciva, senza dire niente, e tornava il giorno dopo. C’erano giorni che si chiudeva in camera e non usciva mai. C’è stata una volta che suo fratello ha dovuto buttare giù la porta del bagno, perché non rispondeva alle nostre chiamate, e lo abbiamo trovato riversato per terra, vicino alla tazza, con la bava alla bocca, in coma. La corsa in ospedale, le cure, il ritorno a casa. Tutto di nuovo come prima. Mio marito era quello più rigido, che lo sgridava; io ero quella più comprensiva, quasi complice.
In che senso era complice?
Lui mi diceva che se non trovava i soldi, poteva anche andare a derubare una vecchietta; o sarebbe stato anche in grado di uccidere qualcuno, per averli. Allora, glieli davo io. Di nascosto da mio marito. Glieli davo, per limitare i danni. Mi sembrava di tenere meglio sotto controllo la situazione. Lo so, è una cosa folle, ma in quei momenti fai anche questo.
Qual è stata la cosa più mortificante?
Accompagnarlo in macchina a comprare la droga. Mi chiese 200 euro, io rimasi al volante, lui scese, fece una strada buia, da solo, voltò l’angolo, cinque minuti, dieci minuti, e tornò. Già fatto. Perché quella droga è malefica, appena la compri, devi fartela subito. Lo riportai a casa, lo misi nel letto. Aspettai la mattina, vicino al letto, il suo risveglio.
Ma con 200 euro non si compra solo una dose.
Infatti, l’ho capito dopo. Me l’hanno spiegato qui, al Ceis: forse doveva regolare un conto sospeso, forse si è procurato anche una scorta.
Non vedeva mai la fine…
Esatto, infatti c’è voluto un altro trauma, per fargli decidere definitivamente di smettere, e curarsi. Io non avevo gli strumenti, lo capisce? Non esistono libri, dove leggere le regole per riportare tutto alla normalità. Nessuno le sa, di quelli che conosci. E non esistono più amici o parenti: avevamo creato il vuoto intorno a noi, volevamo stare soli, con la nostra vergogna.
Quale altro trauma è dovuto accadere?
La presa di coscienza sua è avvenuta grazie al figlio. Due anni fa, in tribunale, quando credeva di non poterlo più riavere, per via delle sue condizioni: allora è scattata la molla. Le sedute con gli psicologi del Ceis, gli incontri con gli assistenti alle famiglie. La luce, capisce? La luce.
(Seconda puntata/continua domani)
E’ su Pubblico in edicola oggi
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