DESMOND MORRIS, la mia intervista al creatore della bibbia: LA TRIBU’ DEL CALCIO! (su SportWeek in edicola)

Qui a Oxford lo chiamano tutti professore. L’università dove per tanti anni ha insegnato zoologia è nella via accanto casa sua. Una strada all’inglese, con alberi all’inglese, abitazioni basse, gocce di pioggia improvvise, il Tamigi che passa pure da queste parti. I ragazzi lo salutano con reverenza. I più grandi accennano anche un inchino. Per gli amanti del calcio di tutto il mondo lui è l’autore della bibbia sacra – o profana – in cui nel 1981 ha raccontato già tutto sul football. The soccer tribe, la tribù del calcio. Una rivoluzione nella letteratura di genere, il riferimento assoluto per chi vuole capire i gesti di questo sport come metafora di quelli tribali. Desmond Morris oggi è un uomo di 86 anni, con un tono di voce maestoso, ma una scrivania ancora più grossa, che lo fa scomparire dietro libri di antropologia, cassette con partite di calcio, appunti di viaggi meticolosamente archiviati, fotografie di animali, pitture surrealiste. “Le giornate per me sono sempre uguali: la mattina mi occupo di mia moglie malata, e il resto del tempo lo passo a scrivere”. Si gira e prende dallo scaffale alle sue spalle, enorme pure quello, la prima edizione della Tribù del calcio, quella pubblicata dalla British Library, con le illustrazioni magnifiche dell’English Football Museum e la carta ingiallita, quella che ha venduto milioni di copie, e traduzioni, in tutto il pianeta, e ha aperto la strada a tutti i libri sul calcio. “Avevo 40 anni e mi venne un’intuizione: raccontare il calcio, pur non conoscendolo, come se provenissi da un altro pianeta, con distacco, ma con tanta curiosità: nessuno sa che ci ho impiegato dieci anni per scriverlo”. Dal punto di vista antropologico e sociale, nel libro sono raccontati i rituali dei tifosi, le azioni fatte dai calciatori e il loro divenire eroi, il ripetersi esasperante di azioni e gesti, e c’è la nazionale inglese in tutti i suoi moduli di gioco.

 

Oggi è ancora attuale?

“Sì, verrà ripubblicato presto, ma non ho cambiato niente: sono diverse solo le foto, i tifosi, e le esultanze dei giocatori quando segnano. E’ la semplicità del gioco del calcio che crea tutta questa dipendenza. Ci riporta al periodo in cui in piccole tribù andavamo a caccia di cibo: oggi ci sono i supermarket, non è più il cibo il nostro obiettivo ma è il gol, la rete rappresenta simbolicamente il nostro traguardo esistenziale. Ma se la squadra che scende in campo è quella della nazionale, allora il significato per noi è ancora più eccitante. La squadra inglese oggi è fatta di giovani che devono portare ai vecchi della tribù lo scalpo, per dimostrare di essere all’altezza: per l’Inghilterra sarà come trovarsi in una foresta piena di insidie, e non sarà certo la disciplina in campo il primo elemento che la caratterizzerà”.

 

Un consiglio che può tornare utile anche a Prandelli, per la scelta della formazione dell’Italia contro l’Inghilterra.

“La metafora dell’animale che li rappresenterà sarà il gatto, o meglio: le interazioni tra gatti, in fase di difesa; e una tigre affamata quando si passerà all’attacco. Per quella italiana, devo pensarci sù qualche minuto ancora…”.

 

Professore, diceva che i tifosi oggi sono gli unici ad essere diversi, rispetto a quarant’anni fa: cosa ci dobbiamo aspettare a corredo della partita?

“Sì, è così, soprattutto i cori sono diversi oggi: sono più ostili, più cattivi. I comportamenti invece sono meno violenti, per noi inglesi. Quello che avviene in Italia invece è completamente diverso. Ma in Brasile mi spaventa di più che tantissima gente povera avrà per la prima volta un contatto ravvicinato con un mucchio di soldi…”.

 

Se ha seguito le vicende italiane, come quelle legate a Genny ‘a Carogna, ci può aiutare a capirle allora…

“Quella tipologia di tifoso da voi vive ancora la prima fase del tifo, quella istintiva, animalesca, che non viene dominata da nessuno. Andare allo stadio, come andare a caccia. Penso alle scimmie, i comportamenti sono li stessi. E il resto della gente li sta a guardare tipo allo zoo. In realtà, studiando nel profondo le interazioni di quel tipo di tifoso con gli altri settori che ruotano intorno al calcio, si capisce che è lo stesso che avviene per i leopardi quando attaccano le scimmie: e quindi dobbiamo cambiare il punto di vista per comprenderli a fondo. Comunque, niente di sconvolgente è successo da voi, avete un pochino enfatizzato tutto. E’ stato peggio assistere un anno fa, in Brasile, alla decapitazione in piazza da parte dei tifosi di un arbitro, colpevole di aver sparato ad un calciatore che sul campo lo aveva insultato”.

 

Per Rizzoli uscirà a fine estate il suo nuovo libro, che prende il nome proprio da questo: The Artistic Ape, la scimmia artistica, cosa troveremo di calcistico dentro?

“Racconto l’evoluzione dell’uomo rispetto all’arte, dalla fase preistorica ad oggi, non posso non parlare di calcio e di tifo quindi. Il calcio è la rappresentazione teatrale del nostro bisogno di cacciare, oggi come ieri”.

 

Ora si distrae, si alza, mi chiede di raggiungerlo alla finestra.

“Lo vede quel toro laggiù? L’ho disegnato io”, e indica il disegno sul poster in cui l’Oxford United garantisce grandi partite la prossima stagione nella quarta serie calcistica inglese. “Sono stato il loro direttore sportivo, e ora che ci penso, beh, sì, hanno un gioco simile a quello italiano, ecco l’animale che più rappresenta la vostra nazionale. Però, mi lasci dire una cosa: capisco la passione dei tifosi italiani forse addirittura più di quelli inglesi: è molto romantico tifare per voi, al punto che nel cuore non resta più posto per altro”.

 

E’ SU SPORT WEEK IN EDICOLA OGGI…

 

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