Per le strade di Molenbeek, dove arruolano jihadisti europei

Li chiamano wanna-be jihadist (aspiranti combattenti della Jihad) o anche foreign fighters, si tratta di giovani europei che lasciano il loro paese, la loro famiglia, per partire verso la Siria, verso l’Iraq. Come vengono reclutati, da dove passano, come avviene la conversione all’Islam, tutte informazioni che girano in rete. Il Paese, seppur piccolo, con maggior numero di combattenti in partenza è il Belgio (dati raccolti da RFERL). Al secondo posto c’è la Francia. Stando agli ultimi dati diffusi dal Ministero degli Esteri di Parigi, i francesi partiti sono più di un migliaio (14 ragazzi ogni milione di abitanti). Così come dalla Germania: secondo Der Spiegel già 300 ragazze tra i 16 e 27 anni hanno lasciato il paese per raggiungere gli jihadisti. Poi, anche dall’Inghilterra, dalla Svezia (i dati riguardanti l’Italia non ci sono). L’arruolamento avviene nei social network, oppure in luoghi fisici come la banlieue parigina, o come Molenbeek Saint Jean, un quartiere a due fermate di metropolitana dal centro di Bruxelles, la città sede del Parlamento Europeo. Ed è proprio qui che scendo, in corrispondenza della fermata della metropolitana chiamata Comte De Flandre, che mi porta diretta nel cuore del quartiere.

A Molenbeek due giovani su cinque sono disoccupati, a Bruxelles il 65% degli studenti di origine straniera non conclude gli studi, e il 20% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. A Bruxelles abitano da sempre leader e militanti jihadisti in esilio. E’ la città più islamizzata del vecchio continente: 300 mila persone, un quarto della popolazione segue i dettami del Corano. Il fatto che a Molenbeek vengano arruolati jihadisti europei è cosa nota: da qui partirono nel 2001 i killer tunisini del comandante afghano Massoud, ed è qui che poche settimane fa è stata fatta una retata anti-jihadista da parte della polizia belga, proprio a seguito dei fatti di Parigi. Ma in pochi si sono spinti fino qui solo per guardare; per capire cosa distingue questo quartiere da qualsiasi altro quartiere arabo di una grande città europea.

Appena si aprono le porte della metropolitana, lungo la banchina, trovo la polizia belga schierata. Quattro ragazzotti con le braccia sui fianchi, pistole alla cintola bene in evidenza, e occhi a fessura che ti osservano, ti guardano, scrutano con cura ogni dettaglio di chi scende. Uno di loro mi fa cenno di abbassare l’obiettivo della macchina fotografica, un altro mi viene vicino e mi consiglia di metterla direttamente nella borsa quando sarò fuori per le strade. La prima cosa che noto appena mi trovo all’aperto, sono i negozi che hanno come unica insegna una scritta araba, il francese è sparito dalle vetrine. Le donne che passano indossano tutte il velo. Le espressioni del viso di chiunque sono tese, arcigne. Già a pochi passi dall’uscita della metro, mi trovo davanti all’ingresso transennato della caserma della polizia, e due uomini in divisa come sentinelle che guardano fisso davanti. Il dirimpettaio, dall’altra parte della stradina su cui si affaccia la caserma, è un bar senza nome (o meglio, l’insegna è in arabo), tenuto non troppo bene, anche qui ci sono due uomini, entrambi in jeans, entrambi con un cappello calato sugli occhi, anche loro in atteggiamento da sentinella, anche se con un gomito sul bancone e una lattina di Coca Cola che si dividono in due.

Proseguo lungo Rue de l’Avenire e costeggio la Moschea El Mostakbal, cerco di fare qualche foto ma le persone che mi ritrovo davanti si coprono tutte il viso, chi con le mani, chi con dei fogli di carta, chi con la busta della spesa. E’ venerdì, è giorno di preghiera. L’uomo che porta i tappetini all’interno si ferma a parlarmi. Si chiama Aasim, ha 40 anni. “Qui non c’è lavoro, non c’è istruzione, c’è povertà, c’è la crisi. Veniamo dimenticati dalla società, i nostri ragazzi non hanno futuro, perché non sanno chi guardare per avere un riferimento, un sogno, una speranza, una persona da seguire”.

I negozi che si susseguono lungo la via sembrano fermi agli anni 70, sia come aspetto, sia come pulizia, sia come prodotti venduti. Non c’è tecnologia, l’unica eccezione sono i telefonini e i computer nelle mani dei ragazzi che incontri in strada. C’è lo “Shop a 1 euro” che non chiude mai, c’è la drogheria “Chez les freres” trasformato in un ritrovo per le chiacchiere, c’è il “Salon coiffeur Hedi” che in questo momento ha all’interno dodici uomini seduti a cerchio su delle sedie a sgabello. Nella poissonerie e nella charcuterie non mi fanno entrare, mi fermano sulla porta: le donne non hanno il permesso, mi dicono. Una decina di ragazzi sono riuniti intorno a un tavolo al salon de the “Le nieuw royal”, che di nuovo e di regale non ha proprio niente: sedie di plastica gialle con le gambe di ferro arrugginito, muri nicotinati, i bicchieri sono tutti scheggiati. Ciascun ragazzo ha un computer aperto, di fianco è poggiato un iphone o un samsung.

Questo è Molenbeek. Più di 5 mila giovani sotto i 18 anni, dove si contano in totale 13 mila abitanti. Tasso di disoccupazione 43%. Ed è solo uno delle 19 communes che compongono la capitale del Belgio, ma è l’unico quartiere ad avere questa cappa, questa atmosfera, questa fatica.

Arrivo nella piazza principale, c’è la chiesa Saint Jean Baptiste, imponente, che mette un po’ di soggezione. Mentre cerco di inquadrarla tutta nel mio obiettivo, proteggendomi dalla pioggia sotto il telone di un fruttivendolo, un ragazzo con la cassetta delle mele in mano mi si avvicina, e mi chiede cosa faccio lì. Mi dice che non posso scattare foto senza il permesso. Mi chiede se sto aspettando qualcuno. Si chiama Basel, ha poco più di vent’anni. Poi è stata la volta di Alì, poi di Yasir, poi di Abdul. Venti, ventidue, diciannove anni. Perché la stessa situazione, lo stesso incontro, con le stesse domande, mi ricapita ancora tre volte, nel giro di dieci minuti, in posti poco distanti uno dall’altro, con persone diverse. Mi è bastato fermarmi per l’impresa, quasi impossibile, di fare delle foto in questo quartiere di Bruxelles, che ha un odore che difficilmente si può dimenticare.

La Quilliam Foundation ha tradotto in inglese un manifesto di 40 pagine pubblicato sui siti jihadisti per il reclutamento delle donne europee. L’istruzione femminile nello stato islamico deve cominciare ai 7 anni e finire ai 15 anni, è incentrata sugli studi coranici, la cucina e il cucito. Le donne con il velo che girano per questo quartiere sono tutte sole, o accompagnano bambini molto piccoli. Tengono tutte lo sguardo basso, non le trovi nei negozi. Lungo Rue de Ribaucourt incrocio qualche ragazza dai tratti europei. Cerco di stare con loro più tempo possibile. Non parlano quasi mai con nessuno. Non salutano, non hanno uno sguardo. Si assomigliano molto nel modo di vestirsi, trasandato, sciatto. Entrano ed escono da questi palazzi con un passo furtivo, nessuna esitazione. Mi colpisce il fatto che nessuna di loro porta una borsetta femminile, non un filo di trucco.

Secondo un resoconto recente su Der Spiegel, a cadere nella trappola del reclutamento jihadista ci sono molte donne francesi, giovani e giovanissime ragazze. Solitamente le donne vengono convinte ad intraprendere questa strada con la scusa dell’aiuto umanitario, e un senso di appartenenza ad una famiglia dove sentire di avere uno scopo nella vita. Il lavoro propagandistico è mirato per attirare a sé gli spiriti più fragili, quelli che si sentono in crisi di identità, confusi, e senza un lavoro. L’adescamento avviene tramite i social network, la conversione all’islam è una conseguenza, così come la partenza per la Siria che in questi giorni sta avendo un impennata. Una tappa intermedia alla partenza a volte avviene in un quartiere come Molenbeek.

E’ SUL FATTO QUOTIDIANO DI OGGI (pag.16-17)

Intervista a Anna Erelle

“Ci sono quartieri a forte connotazione islamica nelle grandi città europee che sono differenti dagli altri quartieri musulmani, lo capisci subito quando ci metti piede. Ho raccontato per anni questi posti dove avvengono le conversioni all’islam di giovani donne, poi ho deciso di fare qualcosa di più, mi sono spinta oltre. Quando il fenomeno stava dilagando nei social network, ho finto di voler diventare una jihadista pure io”.

A parlare è Anna Erelle, un nome falso per nascondere la vera identità della giovane giornalista free-lance francese che si è nascosta sotto un altro pseudonimo, Mélodie, per farsi adescare su Facebook da uno jihadista combattente in Siria. Il rapporto tra i due è durato un mese, ed è tutto documentato nel libro appena uscito per Tea edizioni, dal titolo “Nella testa di una Jihadista. Un’inchiesta shock sui meccanismi di reclutamento dello stato islamico” (255 pagine, 14 euro). La contattiamo direttamente, per farci raccontare qualcosa di più. E dopo diversi appuntamenti sviati e rimandati, dopo diversi cambi di posto e numeri di telefono, riusciamo a parlarle.

“All’inizio mi ha colpito il fatto che navigando nelle pagine di Facebook semplicemente mettendo la parola jihad è possibile vedere le foto che postano con il kalashnikov in mano, o i racconti relativi ai loro combattimenti. E’ tutto fatto alla luce del sole, facilmente raggiungibile da chiunque. Con un falso account mi sono fatta adescare. Nei messaggi di posta privata a chi mi chiedeva chi fossi, dicevo che ero una giovane francese che leggeva il Corano di nascosto dai genitori. Così ho conosciuto Bilel, un trentacinquenne francese/tunisino convertito all’Islam e trasferitosi in Siria, che in seguito ho scoperto essere il braccio destro del terrorista irachineo più ricercato dall’Fbi, Abou Bakr al-Baghdadi”.

Hai chattato ogni giorno con lui, e poi le vostre conversazioni si sono trasferite su Skype.

“Sì, lui già il secondo giorno era innamorato di me, voleva sposarmi, e voleva che lo raggiungessi in Siria. Mi diceva che lì avrei trovato una famiglia che mi voleva bene, un posto dove essere sicura nel mondo, dove potevo appagare ogni mio desiderio, cosa che la mia società non mi dava. Quando ha capito che non sarei più partita, ha lanciato una fatwa contro di me, diffondendo un video con le immagini prese dalle nostre conversazioni su Skype”.

Hai paura?

“Non ho paura per me, perché ora vivo nascosta con un’altra identità, sotto scorta, e ora faccio tutt’altro. Ma ho paura perché questa è una storia troppo grossa, che continua ad ingrandirsi, e non so quanto venga controllata. Prendono la jihad non come un gioco ma come una moda, e il pericolo più grande è che non comprendono che stanno per fare un viaggio senza ritorno, verso l’inferno”.

In Italia può succedere la stessa cosa?

“No, non credo. In Italia non c’è lo stesso ceppo di immigrazione che c’è in Francia o in Belgio. Gli spostamenti che avvengono da voi sono differenti. Quello che sta avvenendo tra i giovani francesi è qualcosa di diverso, che sta dilagando, e molti altri giovani sono in pericolo. Gli jihadisti puntano sui più deboli, puntano sul sentimento di esclusione: se in patria non hai i soldi e non ti senti capito, l’illusione che diffondono è che là con loro sarai ricco e pieno di amici come te”.

Come è possibile che la gente ci creda?

“Quando era assodato che dovevo partire, sono stata anche contattata su Facebook da quindici ragazze europee che volevano seguire la mia stessa decisione, e mi chiedevano consigli. Loro si rivolgono a giovani confusi, in crisi identitaria. Promettono l’utopia di una vita perfetta. Dicono che l’Europa è destinata a soccombere. Offrono una ragione di lotta per vivere e morire. Parlano continuamente di Islam, ma lo adattano ai loro bisogni”.

Come fa un genitore per prevenire?

“Quando un figlio si chiude in camera con il computer, cambia carattere, non frequenta più gli amici, allora c’è un problema”.

 

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