LA GUERRA SI VINCE CON UN DRIBBLING

di Gabriella Greison

Arriveranno. Dal Medio Oriente. A giocare anche loro con i più grandi del mondo. Ma al loro gioco. Segreto. Antico. Sucram, habibi. Gente rispettabile questa. Mica permalosa. Magari solo un po’ calma. Come Kifah Al Sharif, il presidente della squadra di calcio Al Ahli, che sta facendo la sua piccola rivoluzione in città. Come il suo direttore sportivo Hazem Shyoukhy, l’uomo che riesce a trovare la soluzione giusta per ogni problema. Come il suo braccio destro Abul Abbas Joulani, uno di un’intelligenza pazzesca. Ne raccontano di cose, oltre a farne naturalmente. E ti tengono incollati alle loro sedie, ore e ore e ore e ore, il tempo qui passa in maniera diversa rispetto ad ogni altro posto.

Arriveranno. A farsi conoscere da tutti. Perché con la loro squadra di calcio della città di Hebron (la seconda per importanza, prima viene l’Al Shabab come numero di tifosi), stanno costruendo con la pazienza di un artigiano, un fortino indistruttibile. A prova di kalasnikov. Ma quello che a un approccio occidentale colpisce maggiormente, è la semplicità di come tutto funzioni al meglio. Qui il calcio è un album fatto di storie prima che di competizioni. Raduna cuori, e non li lascia scappare. E questi uomini cercano solo di regolare l’uscita. L’occupazione israeliana è troppo presente. L’uscita di sicurezza è da questa parte, prego accomodatevi. Il risultato: lo trovi sui campi verdi di tutta la Palestina. Quelli dove giocano, dove si spostano in massa tutti quanti, insieme, vicini, sempre pronti ad aiutarsi uno con l’altro.

C’è Azmi, il portiere, che il giorno dopo aver guardato nel web e parate più belle della storia, non ha fatto passare in rete nemmeno uno spillo. C’è Ahmad, il fuoriclasse assoluto, gioca in nazionale, il pallone è il prolungamento del suo piede destro. C’è Jamal, viene da Gaza, si ferma sempre dopo gli allenamenti per farne ancora, per farne di più. C’è Wael, è israeliano, preferisce giocare in Palestina, piuttosto che ad Haifa. C’è Fayez, il muratore, gli manca un dente davanti, lo ha perso in uno scontro di gioco, quando gli è caduto ha continuato a giocare perché alzandosi da terra si è accorto che al suo avversario gliene mancavano due. Ci sono: Hussain, Musab, Murad, Zuheir, Naeem, Rami, Jehad, Majdi, Mahmoud, Faiz, Hamada, Obada, Samer, Naseem, Kamel, Mahammar, Bilal, e c’è habibi.

Oggi è il giorno del derby di Hebron. La competizione più sentita. Si fanno i conti con la storia, con la pazienza, con gli allenamenti diversi da tutti. Lo giocheranno, e finiranno col vincerlo. Quattro a zero, l’Al Ahli sembrerà il Real Madrid nel gioco. Ma, si sa, la magia non è esportabile. E siamo gli unici, i primi ad assistere a questo grande giorno, da sliding door perfetto. Tutti gli altri si sono fermati a Gerusalemme a raccontare, per paura, per furbizia, per mollezza. Perché questa è anche una storia di primati. Per non parlare delle donne, sugli spalti neanche l’ombra. Il calcio è una roba da maschi, punto. Il derby finirà con risse, invasioni di campo, lancio di oggetti (compresa una pietra pomice, diametro una spanna), e la resa degli avversari su richiesta dei tifosi, per manifesta superiorità. Le vittorie, a volte nel calcio, vogliono dire tante altre cose. E questo racconto è anche una storia d’amore. Metafora bellissima, il calcio. Ma ora c’è da guidare tutta la Palestina, non soltanto Hebron. I mondiali in Russia sono alle porte, le qualificazioni pure. Tutto questo diventerà un libro. E anche un film. Due giovani registi che hanno ascoltato bene queste parole, si sono già attivati. Gli altri verranno dopo.

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(1°parte)

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E’ SUL FATTO QUOTIDIANO DI OGGI, 2 PAGINE STREPITOSE PIENE DI FOTO

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QUELLE CITTA’ INVISIBILI DOVE RINASCE LA PALESTINA

di Gabriella Greison

Hebron, inizi aprile, sei del mattino. La giornata comincia con il richiamo del muezzin. Come sempre, qui. La preghiera viene prima di tutto. Inshallah. C’è quello che sta per salire sul mulo, trasporta pezzi di stoffa da casa sua fino alle strade più nascoste. C’è quello che apre la serranda del negozio di alimentari, dentro ci puoi trovare di tutto, dall’accendigas allo shampoo. C’è quello, sempre un po’ in ritardo, che sta per fare entrare i lavoratori del vetro e della ceramica nel suo spazio che dà sulla strada: gli oggetti che escono da questo negozio, bicchieri, vasi, tazzine, giare, sono i più preziosi del continente, perché sono tipici del posto, nessuno meglio di loro. C’è anche quello che attiva le macchine per fare le caramelle, il sogno di tutti i bambini è restare a guardarle ruotare per ore. C’è, anche, il primo cammello da sgozzare. In una macelleria su Shari’a al-Quds (la strada principale di Hebron, quella che proviene da Bethlehem), tutto è pronto. Un uomo tiene legato l’animale per le zampe, un altro controlla che la lama del coltello sia bene affilata, l’ultimo è pronto per il taglio. Ultimo urlo del cammello, e dopo pochi minuti le fette di carne sono già pronte sul davanzale. Piano piano, nel corso della giornata, il cammello finirà tutto, sarà venduto gradualmente, partendo dalle cosce fino ad arrivare al collo. Rimarrà solo la testa che penzolerà verso l’ora del tramonto.

Non è il solo rituale a cui si assiste, qui, nella città di Hebron. Ci sono azioni che vengono ripetute uguali nel corso di tutte le giornate, di tutte le settimane, di tutti i mesi, di tutti gli anni. I bambini che vanno a scuola si vedono scendere in strada verso le otto: da soli, sorridenti, lesti. C’è un passaggio obbligato per loro: prima di fare l’ultima salita sterrata che li porterà all’ingresso dell’istituto, i controlli dei militari. Uno ad uno, tutti gli zainetti vengono controllati da uomini in divisa armati, di mitra se va bene. I militari, un’altra costante di questa città: sono ragazzi giovani, venti, trent’anni al massimo, sguardo perso, viso da moccioso. Stanno lì, con le loro armi da fuoco puntate, verso tutti quelli che passano. Incutono timore, non sai mai quello che gli può passare per la testa. I palestinesi ci hanno fatto l’abitudine, non li guardano neanche, sanno che possono fermarli, e morta là. Alcune volte si sparge la voce che qualche militare è sparito. Altri volte si sente parlare di israeliani arrestati. Ecco, l’altra presenza qui a Hebron. Insediamenti ebraici, cinque per la precisione, in pieno centro. Gli altri, più vasti, si trovano in periferia. La città è divisa in due. C’è un cartello enorme che campeggia all’ingresso della città: dice divieto di accesso, zona pericolosa. Gli israeliani stanno lì, occupano, non si muovono, l’atmosfera tesa tra i due popoli è palpabile. Possono sempre verificarsi scontri tra coloni e soldati o palestinesi. Ma Hebron ha un’anima calda, accogliente, diversa da qualsiasi altro posto arabo al mondo. Ed è proprio questo che sono andata a cercare, in un luogo che sta avendo una grande espansione economica della storia. Volevo vederla con i miei occhi.

Se Hebron fosse una canzone, sarebbe una di quelle forti, struggenti melodie francese, con la faccia di Etienne Daho per intenderci. Dove dentro c’è la malinconia, c’è la storia, c’è la delicatezza, c’è la sofferenza, c’è l’oppressione, c’è il desiderio di pace, c’è la consapevolezza, c’è la forza, c’è l’amicizia, c’è l’amore, c’è lo stare insieme, c’è la ritualità, c’è il sacrificio, c’è l’attenzione per l’altro, c’è la purezza, c’è l’eleganza, c’è la passione per il calcio, c’è la condivisione, c’è la voglia di libertà, c’è la Bibbia.

Le foto in posa da turista qui non hanno alcun senso. Perché il protagonista indiscusso è il paesaggio. Bisognerebbe riscrivere la definizione della parola infinito, soltanto a guardare alcuni panorami si resta senza fiato. Il Vecchio Testamento parte da qui, e tornando ancora più indietro: Adamo ed Eva vissero in queste strade dopo la cacciata dall’Eden. Hebron è un luogo sacro, in arabo Al-Khalil, che vuol dire amico. Qui c’è la tomba dei patriarchi, dove venne sepolto Abramo, e poi Isacco e pure Giacobbe. E tutti parlano di questi tre come se fossero vissuti ieri. C’è la Moschea di Ibrahim che ha due entrate separate: una per gli ebrei, una per i musulmani. C’è la città vecchia che è sempre in continua costruzione. C’è il grande vanto della città: l’università. Questo è quasi l’unico posto dove si può incontrare una donna, il resto del tempo sono a casa. Fanno molti figli, la media è sette per famiglia. Infatti, la città è giovane, è piena di bambini. Bambini che usano il calcio, per stare insieme. Bambini che usano il pallone, per sentirsi liberi. Bambini che decidono a 6 anni se tifare Real Madrid o Barcellona (solo queste due opzioni, nessun’altra squadra, nessun’altra nazione).

Per questo il calcio qui è importante. Il calcio è un mezzo, è veicolo di buoni propositi, è un modo per sentirsi liberi. Poi, c’è lo sviluppo economico. Ci sono alcune famiglie facoltose della città di Hebron che si stanno dando da fare per tutti gli altri. Non ci sono poveri in strada, non ci sono mendicanti o disagiati. Tutti hanno da mangiare, nessuno resta indietro. Queste famiglie provvedono per tutti, e guardano già oltre. Stanno nascendo, in alcuni posti sparsi per tutta la Palestina, le città virtuali. Si tratta di nuove costruzioni, con tanto di cartello all’ingresso, e porte aperte ai nuovi arrivati. “Questo è il mercato”, e ti indicano lo spazio dove potrebbe essere aperto da un giorno all’altro. “Questo è il nuovo stadio”, e ti mostrano con le mani come saranno le tribune piene. Ora siamo nella zona vecchia di Daharia, e l’idea che un giorno tutto questo sarà pieno di vita è bellissima. Hebron, come Gerico, come Ramallah, come Nablus. Tutte uguali, queste città. Poi, certo, c’è Gerusalemme, c’è Betlemme, ma sono un’altra storia. E ci sarebbe da raccontare ancora molto. Per dire, gli spogliatoi dello stadio di Betlemme, che ospita il campionato di serie A della Cisgiordania, hanno le pareti tappezzate da disegni di bambini fatti coi pastelli: perché di mattina si trasformano in aule per lo studio. Laggiù, a 30 chilometri, si vede anche Gaza, il territorio più conteso. Uno degli argomenti sulla bocca di tutti, su cui non si danno pace.

Qui a Hebron non ci sono mezzi pubblici, pullman o corriere. Solo taxi locali. I turisti non ci vengono. Il venerdì, giorno di festa, la città cambia completamente. I negozi sono chiusi, le famiglie sono raccolte intorno al tavolo per mangiare, e parlare, e mangiare, e parlare, e poi vanno tutti a pregare. Gli unici che non smontano mai sono i checkpoint. Loro non fanno passare così facilmente. In qualsiasi ora del giorno o della notte. Al checkpoint che porta da Betlemme a Hebron i controlli sono regolari e costanti. Controllo del passaporto, domande su motivi del viaggio, controdomande per vedere se cadi in contraddizione, tutto molto stancante.

Ora è quasi sera, il tramonto sale sempre lento, come ad accogliere con calma tutti a casa. Solitamente è questo l’orario in cui si vede la squadra di calcio del posto andare ad allenarsi allo stadio. Una squadra di calcio strepitosa, fatta da ragazzi bravissimi. I bambini che ancora sono in strada li guardano passare, sono i loro personalissimi eroi, i loro Messi o Cristiano Ronaldo in carne ed ossa. Un privilegio assoluto averli conosciuti davvero.

La notizia di questi giorni è che la Palestina è entrata nell’Aia, e ora sono valide le condanne per Israele per crimini di guerra. Qui a Hebron neanche lo sanno.

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(2°parte)

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E’ SUL FATTO QUOTIDIANO DI OGGI, 2 PAGINE STREPITOSE PIENE DI FOTO

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E questo è IL CORTOMETRAGGIO fatto con Leonardo Bocci e Lorenzo Tiberia di Actual (due registi bravissimi), a breve esce anche il mio LIBRO dedicato a questi racconti!! 

IL CALCIO, LA PALESTINA, E ME” (short movie/cortometraggio) di Gabriella Greison

 

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(stay tuned…the book and the film/documentary coming soon!!!)