Innanzitutto, certo, non è un trattato scientifico, quindi non dovevo aspettarmi analisi approfondite sugli studi di Stephen Hawking, però alcuni passaggi del film “La teoria del tutto” (nelle sale italiane da giovedì 15 gennaio 2015) mi hanno comunque lasciato un po’ di amarezza. Premetto che i laureati in fisica come me hanno sempre da ridire su qualsiasi argomentazione scientifica diffusa al grande pubblico (a parte la saga di Star Trek, che non si discute ma si adora e basta), e ci sentiamo anche affetti tutti blandamente dalla sindrome di Asperger, e quindi i commenti che seguiranno qui sotto, dopo la visione in anteprima del film sulla vita del grande scienziato inglese, seguono una logica molto di parte (e forse fuori contesto), rispetto a chi invece si aspetta di vedere (e poi commentare) una favola con sfondo eroico, la storia di un genio, l’amore che vince su tutto, pianti a dirotto (che non sono avvenuti), eccetera così. E ci sono anche molti spoiler, quindi attenzione il doppio.

Dunque, il primo aspetto che mi ha un po’ deluso è l’uso della lavagna a far da sfondo ad alcune scene, con pochissime formule mostrate. Hawking è un fisico teorico, non sperimentale, quindi tutti i suoi studi si basano su calcoli e calcoli e calcoli. Le poche formule che sono comparse servivano solo come riempitivo, se n’è fatto un uso scenografico, più che di arricchimento alla trattazione degli argomenti. Non si è mai fatto cenno alle formule che Hawking ha creato, mai fatto un cenno alla soluzione di alcune equazioni, una delle sue rivoluzioni, mai fatto cenno alle ore che passava a scrivere e riscrivere e ridimostrare alcuni teoremi degli altri fisici. In una scena si distinguevano solo le equazioni di Maxwell (roba da esame di fisica2), in un’altra lui cancellava continuamente un’equazione e ne riscriveva solo il pedice, e poi l’incognita, ma sembravano solo pasticci, più in alto c’era la soluzione di Schwarzschild lasciata un po’ isolata, e ad esempio mancava la metrica di un wormhole attraversabile.

Mi sarebbe piaciuto vedere come è arrivato, invece, alla sua nuova conclusione sui buchi neri. Nel film si fa passare quasi come un capriccio il suo cambio di teoria, mentre mi sarebbe piaciuto vedere il punto esatto quando è avvenuto e come. Da buco nero a buco grigio: Hawking non mette in discussione l’esistenza stessa dei buchi neri, ma ha iniziato a pensare che possano comportarsi in maniera diversa da quello che si credeva. Quando l’ha pensato? Certo, il grande mistero rimane la formula che mette insieme il tutto, come viene ricordato nel film, ma non può essere così un’astrazione. Ogni volta che si mettono insieme relatività generale e meccanica quantistica nei calcoli teorici c’è sempre qualcosa che non torna, ed è questo il grande enigma da capire a cui lui ha dedicato la vita, e perché nel film non viene mostrato niente?

Poi, c’è il suo computer. Non è mai stato mostrato veramente. Eppure è una delle cose che mi piacerebbe conoscere meglio di Hawking. E poi c’è la questione del tempo. Le sue riflessioni erano un po’ leggere, nessun cenno alle dimensioni, non si parla di stringhe, e nemmeno della gravità. Per non parlare di quel montaggio finale con le scene che vanno indietro: il tempo non va inteso così, con quella sequenza. Mi sarebbe piaciuto vedere, invece, la sua rappresentazione visiva del ponte di Einstein-Rosen. Poi un errore sta nel fatto che Hawking ha scommesso con Kip Thorne un’enciclopedia sul baseball e non l’abbonamento ad una rivista porno, e la scommessa l’ha vinta Thorne (a differenza di quanto si lascia intendere nel film, quando la rivista gli arriva a casa).

La cosa che mi ha molto affascinato è stata la sua visione, esattamente come ce l’abbiamo noi fisici, di alcuni aspetti della vita. Prendiamo l’amore: lui sta con la sua prima moglie perché si capiscono, e smette di starci quando non parlano più la stessa lingua, quando cioè deve usare la lavagnetta per comunicare, quando la moglie fatica a comprendere quello che vuole dire, e quindi lui preferisce stare con l’infermiera, che semplicemente capisce al volo ogni cosa che dice con quel linguaggio. Questo è l’amore, tutto qui. In maniera fredda, distaccata, e scientifica. Prendiamo la fede: lui non crede nell’esistenza di dio, perché non condivide le premesse che (altri) lo hanno generato. L’esistenza di dio è una condizione non necessaria. Crede in tutto ciò che ha una spiegazione scientifica, tutto qui. Anche se nel film pare quasi citare i Monty Python quando dice che veniamo dal nulla e torneremo ad essere nulla (e poi però c’è il concetto espresso con grande commozione secondo il quale l’unico motivo per vivere una vita brutta è che dobbiamo cercare il bello in ogni piccola cosa che facciamo). Infine, un grande punto a favore di questo film sta nel “problema delle conclusioni” di cui ogni fisico è afflitto. Nel senso, ogni fisico ha un problema con le conclusioni, è questione di vita o di morte finire una frase, finire un gioco, finire un libro, finire una relazione, finire ogni cosa che inizia. In maniera molto nascosta, nel film lui riesce a concludere tutto, e questo fa tirare dei grandi sospiri di sollievo. Ma a proposito di conclusioni, il film ha già vinto due Golden Globe e ora si avvicinano gli Oscar. Ma per quel che riguarda la mia esigenza di conclusioni: uno dei sogni che non ho ancora realizzato nella vita è parlare con Stephen Hawking. Anche se dopo questo film, un po’ è come averlo fatto.

 

E’ SUL SITO DI VANITY FAIR (clicca qui)

di gabriella greison (laureata in fisica all’università di Milano, e due anni all’Ecole Polytechnique di Parigi presso il laboratoire Luli)

E qui invece c’è il mio nuovo post sul sito del Fatto Quotidiano…sullo stesso argomento!

Scena di StarTrek: the next generation, quando Stephen Hawking gioca con Einstein, Newton e il comandante Data.

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